Tifare Salernitana non è un mestiere per giovani. Occorre pelo sullo stomaco, fegato spappolato, imprecazione all’occorrenza e nevrosi patologica. Tifare Salernitana è un rito ancestrale, una sorta di iniziazione verso un cammino di sofferenza. Sempre e comunque, anche quando ci sono state gioie e vittorie, alla fine la sofferenza è stata alla base. Il cemento col quale sono fatti gli ultras. Quello stesso cemento di cui è fatta anche la curva Sud Siberiano che contro il Cosenza sarà chiamata a dare prova di sè.

L’attaccamento alla maglia e il senso di identità

La maglia granata – gli ultras – ce l’hanno cucita dentro. Non la si può strappare, sgualcire, rinnegare. E’ là, sotto la pelle. Impressa nel dna. Ed è quella maglia che muta in identità di popolo, in bandiera da sventolare ovunque, in ogni categoria. La maglia è il simbolo della comunità salernitana e non può essere offesa da nessuno, fuori o dentro Salerno. Amico o nemico che sia (sportivamente s’intende). E’ per la maglia che contro il Cosenza gli ultras hanno chiamato a raccolta tutto il popolo granata. Per riempirla come ai vecchi tempi, quando ci si spostava per l’Arechi 4 ore prima dell’inizio della partita, altrimenti il posto sui gradoni te lo sognavi. E riempiendola, come annunciato ieri in una nota diffusa in serata, gli ultras pensano di trasformarla in un unico murales umano, su cui scrivere idealmente: “Ragazzi siamo con voi, sempre e comunque, solo con voi e per la maglia”.

La rabbia contro patron Lotito

A differenza di quanto raccontano alcuni cantori del surreale, la realtà è molto più amara di come la si dipinga. Lo strappo generato in città tra la proprietà della squadra granata e la tifoseria non è sanabile. E’ una ferita aperta che sanguina e che non rimargina. Ecco perchè quel murales umano che si prevede in curva Sud contro il Cosenza diventerà anche un unico grido di rabbia contro la gestione di questa società, che ha mortificato la passione autentica di migliaia di tifosi, oggi assenti alle gare interne. Qualcuno lo ricorda il Vestuti? Quando i 13mila del catino di piazza Casalbore erano sempre presenti, anche quando non c’erano soldi, anche quando non si pagavano gli stipendi, anche quando non si sapeva se ci si iscriveva o meno? Allora c’era passione. Ecco perchè.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui